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Referendum Giustizia 22-23 marzo 2026: perché votare NO alla separazio...
Amministratore
18/03/2026 12:15
Referendum Giustizia 22-23 marzo 2026: perché votare NO alla separazione delle carriere
Il 22 e 23 marzo 2026 non siamo chiamati a esprimere un parere tecnico, ma a decidere se toccare l’equilibrio profondo della nostra Costituzione sul tema della giustizia. Per questo è essenziale comprendere perché votare NO alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri significa difendere la democrazia costituzionale e la sovranità del popolo italiano.
Chi ha scritto la nostra Costituzione
La Costituzione italiana nasce dal lavoro dell’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, composta da 581 tra Padri e Madri costituenti, donne e uomini provenienti da tutte le principali culture politiche: cattolica, liberale, socialista, comunista, azionista. Tra le figure più autorevoli ricordiamo Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Giuseppe Dossetti, Piero Calamandrei, Meuccio Ruini, Lelio Basso, Giorgio La Pira, Concetto Marchesi, insieme alle 21 Madri costituenti come Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin, Teresa Noce, Adele Bei.
Erano giuristi, professori universitari, avvocati, partigiani, intellettuali e rappresentanti del mondo del lavoro, reduci dalla dittatura fascista e dalla guerra, con una straordinaria autorevolezza morale e culturale. Proprio perché avevano vissuto sulla propria pelle l’abuso del potere politico sulla giustizia, hanno costruito un sistema fondato su autonomia e indipendenza della magistratura, senza subordinazioni al governo.
Cosa prevede la riforma sulla separazione delle carriere
La riforma sottoposta a referendum introduce concorsi separati per giudici e pubblici ministeri, due Consigli superiori distinti e carriere rigidamente divise per tutta la vita professionale. Oggi giudici e pm fanno parte di un unico ordine, con la possibilità di passare da una funzione all’altra in un quadro di garanzie e controlli, mantenendo un comune statuto di indipendenza.
La legge costituzionale approvata nel 2025 modifica questo assetto, riscrivendo gli articoli sulla magistratura e creando un nuovo equilibrio di poteri che incide direttamente sul rapporto tra giustizia e politica. Un cambiamento di questo tipo non è una semplice “riforma tecnica”: è una revisione profonda della Costituzione voluta da chi, da decenni, vede nella magistratura indipendente un ostacolo, non una garanzia.
Chi vuole cambiare la Costituzione e perché
A spingere per la separazione rigida delle carriere sono soprattutto le forze politiche oggi al governo e i partiti che da anni parlano di “magistratura politicizzata” e di “giustizia a orologeria”. Non è un caso che questa riforma sia stata presentata anche come il compimento del “sogno” di Silvio Berlusconi, da sempre in conflitto con la giurisdizione a causa dei numerosi procedimenti che lo hanno riguardato.
L’obiettivo dichiarato è “una giustizia al servizio del cittadino”, ma molti autorevoli costituzionalisti e magistrati avvertono che la posta in gioco è la maggiore esposizione del pubblico ministero al controllo del potere politico. Indebolire il legame organico tra giudici e pm significa rendere più facile, nel tempo, condizionare l’azione penale, selezionare quali reati perseguire con più energia e quali lasciare in ombra, spostando l’ago della bilancia a favore dei più forti.
Perché la Costituzione non si tocca su questo punto
La nostra Costituzione non è un testo qualunque: è il patto fondativo del popolo italiano, costruito per impedire che la giustizia diventi strumento di vendetta o di protezione dei potenti. L’articolato sistema di garanzie, a partire dall’unità della magistratura e dall’indipendenza del pubblico ministero, serve a una cosa sola: proteggere i diritti dei cittadini, soprattutto dei più deboli, da ogni abuso di chi governa.
Cambiare l’equilibrio tra giudici, pm e potere politico non è un ritocco tecnico, ma un intervento sul cuore della democrazia costituzionale. Per questo dire NO alla riforma significa affermare che la Costituzione appartiene al popolo italiano, non a questa o a quella maggioranza, e che non può essere piegata agli interessi contingenti di chi, oggi, vorrebbe una magistratura meno libera e più controllabile.
Un voto che vale più di un sì o un no
Il 22 e 23 marzo ciascuno di noi avrà in mano non solo una scheda, ma un pezzo della propria libertà. Votare NO alla separazione delle carriere significa stare dalla parte dei Costituenti che ci hanno consegnato una Carta equilibrata, figlia della Resistenza e del rifiuto di ogni regime, e difendere il principio che “la giustizia si amministra in nome del popolo”, non in nome del governo di turno.
Questo referendum non è una prova di fiducia su un ministro o su una maggioranza, ma una scelta sul futuro della Repubblica: o una giustizia autonoma e indipendente, o una giustizia progressivamente condizionata dalla politica. Per questo, se credi che la Costituzione sia davvero del popolo italiano, il 22 e 23 marzo scegli di difenderla: vai a votare e metti una croce sul NO.